Cosa significa «sostenibilità»
Da dove nasce l’idea di «sviluppo sostenibile», quali sono i grandi quadri concettuali che la reggono — dagli Obiettivi dell’ONU ai limiti planetari, fino all’economia della ciambella — e perché chi progetta edifici e città è tra i protagonisti, non gli spettatori, della crisi ecologica.
Una parola che usiamo tutti, e che pochi sanno definire
«Sostenibile» è probabilmente l’aggettivo più utilizzato, e più consumato, del nostro tempo. Compare su una banca e su una bottiglia di plastica, su un grattacielo di vetro e su una linea aerea. A furia di applicarlo a tutto, rischiamo di non significare più nulla. Eppure dietro la parola c’è un’idea precisa, rigorosa, e nata da una constatazione tutt’altro che rassicurante: non è possibile crescere all’infinito su un pianeta che è, per definizione, finito. È da questa frattura — tra l’aspettativa di crescita illimitata e la realtà di risorse limitate — che prende le mosse l’intero discorso sulla sostenibilità. E, come vedremo, è una frattura che attraversa in pieno il mestiere di chi costruisce.
Questa prima conferenza ha un compito di fondazione. Prima di scendere, nelle prossime tappe, lungo le scale concrete del progetto — dal singolo edificio fino al governo del territorio — dobbiamo costruire un vocabolario solido e condiviso. Definiremo dunque con precisione che cosa significhi «sviluppo sostenibile», ne ricostruiremo la genesi storica, esamineremo i grandi modelli concettuali che ancora oggi orientano il dibattito, e infine porteremo tutto questo dentro l’ambiente costruito, mostrando con i numeri perché l’architettura e l’urbanistica non siano una nota a margine della questione ecologica, ma uno dei suoi capitoli centrali.
«Progettare per il presente senza rubare il futuro: tutta la posta in gioco è racchiusa in questa frase.»
La genesi di un’idea
L’idea di sostenibilità non è nata in un’aula universitaria né in un trattato di filosofia, ma dall’osservazione concreta di un mondo che, a partire dal dopoguerra, consumava risorse a un ritmo senza precedenti. Il primo campanello d’allarme di portata globale suona nel 1972, quando il Club di Roma pubblica I limiti dello sviluppo, un rapporto che, attraverso modelli matematici, mette in guardia sulle conseguenze di una crescita demografica ed economica esponenziale in un sistema chiuso. Nello stesso anno, a Stoccolma, le Nazioni Unite tengono la prima grande Conferenza sull’ambiente umano: per la prima volta la comunità internazionale tratta l’ambiente come una questione politica condivisa, e non come un affare interno ai singoli Stati.
Il passaggio decisivo arriva nel 1987 con il Rapporto Brundtland, intitolato Il futuro di tutti noi, redatto dalla Commissione mondiale su ambiente e sviluppo presieduta dall’allora prima ministra norvegese Gro Harlem Brundtland. È in quel documento che viene formulata la definizione tuttora canonica: lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che «soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Vale la pena soffermarsi su questa frase, perché la sua apparente semplicità nasconde una densità notevole. Essa lega in un solo enunciato tre dimensioni che siamo abituati a tenere separate: i bisogni (questione sociale ed economica), i limiti delle risorse (questione ambientale) e, soprattutto, il tempo — l’idea che esista una responsabilità verso chi non è ancora nato e non può sedersi al tavolo delle decisioni.
Da Brundtland in poi, il concetto si trasforma progressivamente da intuizione a impalcatura politica. Nel 1992 il Vertice della Terra di Rio de Janeiro lo iscrive nell’agenda internazionale; nei decenni successivi una sequenza di conferenze e accordi — fino all’Accordo di Parigi sul clima del 2015 — ne articola le implicazioni. La linea del tempo riassume le tappe fondamentali di questo percorso.
Le tre dimensioni, e una distinzione che cambia tutto
Il primo equivoco da sciogliere è che sostenibilità significhi semplicemente «ambiente». Non è così. Fin dalle sue origini il concetto poggia su tre dimensioni che devono reggersi insieme: quella ambientale, quella sociale e quella economica. Un intervento che migliori una di esse a spese delle altre — un quartiere ecologico ma inaccessibile ai redditi bassi, una crescita economica che devasta gli ecosistemi — non è, propriamente, sostenibile. È questo equilibrio simultaneo a rendere la sostenibilità una disciplina difficile: non chiede di ottimizzare una variabile, ma di tenerne tre in tensione.
Esiste però una distinzione più sottile, e per noi decisiva, su come queste tre dimensioni si rapportino tra loro. Nella visione della sostenibilità debole, le tre dimensioni sono tre pilastri affiancati, di pari dignità e — questo è il punto — in qualche misura intercambiabili: si presume che un guadagno economico possa compensare una perdita ambientale, che il «capitale naturale» e quello prodotto dall’uomo siano sostituibili. Nella visione della sostenibilità forte, invece, le tre dimensioni sono cerchi concentrici: l’economia è contenuta nella società, che a sua volta è contenuta nell’ambiente. La logica è difficilmente confutabile — senza una biosfera funzionante non esiste alcuna società umana, e senza società non esiste alcuna economia. L’ambiente non è un settore tra gli altri: è la condizione di possibilità di tutto il resto.
Non è una sottigliezza accademica. Adottare l’una o l’altra visione conduce a scelte progettuali e politiche radicalmente diverse. Se si crede che il denaro possa sempre rimpiazzare la natura, si autorizza qualunque distruzione purché «compensata». Se si riconosce che certi limiti ecologici sono invalicabili, il progetto cambia priorità: alcune cose, semplicemente, non si fanno. In questo ciclo adotteremo, dichiaratamente, la prospettiva della sostenibilità forte.
Dare una forma ai limiti
Affermare che i limiti esistono è un conto; saperli individuare e misurare è un altro. Due strumenti concettuali, elaborati negli ultimi vent’anni, ci permettono di «vedere» questi confini con una precisione prima impensabile. Il primo è la teoria dei limiti planetari, formulata nel 2009 da un gruppo di scienziati guidato da Johan Rockström dello Stockholm Resilience Centre. Essa identifica nove processi che regolano la stabilità del sistema Terra — tra cui il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, le alterazioni dei cicli dell’azoto e del fosforo, l’uso dell’acqua dolce, l’acidificazione degli oceani — e definisce per ciascuno una soglia entro cui l’umanità può operare in sicurezza. Il dato che dovrebbe inquietarci è che diverse di queste soglie risultano già oltrepassate.
Il secondo strumento traduce questa intuizione in una forma di immediata efficacia: è l’economia della ciambella (doughnut economics) proposta dall’economista britannica Kate Raworth nel 2017. L’immagine è quella di una ciambella, un anello compreso tra due cerchi. Il cerchio interno rappresenta il fondamento sociale: il livello minimo di accesso a cibo, acqua, salute, istruzione, abitazione, energia e voce politica al di sotto del quale nessun essere umano dovrebbe trovarsi. Il cerchio esterno rappresenta il tetto ecologico: il limite oltre il quale la pressione sui sistemi naturali diventa insostenibile. Lo spazio anulare tra i due — la polpa della ciambella — è lo «spazio sicuro e giusto per l’umanità»: l’obiettivo non è massimizzare la crescita, ma rimanere dentro quella fascia, soddisfacendo i bisogni di tutti senza sfondare i limiti del pianeta.
Questi modelli condividono una conseguenza che è bene esplicitare, perché tornerà spesso: l’obiettivo della sostenibilità non è il «di più» indefinito, ma il «giusto», l’equilibrio entro una soglia. È un rovesciamento culturale profondo rispetto al paradigma della crescita continua, e introduce un tema — i limiti come orizzonte progettuale, e non come ostacolo — che riprenderemo nell’ultima conferenza.
Resta un’ultima cautela, dovuta proprio perché la parola è tanto abusata. «Sostenibile» è spesso un’etichetta più che una sostanza, apposta a fini di marketing su prodotti e progetti che sostenibili non sono. Saper distinguere l’una dall’altra — riconoscere il greenwashing — non è cinismo, ma una competenza professionale fondamentale: il primo strumento critico che un progettista deve affilare.
Perché tutto questo riguarda chi costruisce
A questo punto la domanda legittima è: che cosa ha a che fare un dibattito su economia, etica e scienza del sistema Terra con il mestiere concreto dell’architetto e dell’urbanista? La risposta è netta, e si misura in numeri. L’ambiente costruito non è uno spettatore della crisi ecologica: ne è uno dei motori principali. Secondo le rilevazioni del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), il settore degli edifici e delle costruzioni è responsabile di circa il 37% delle emissioni globali di anidride carbonica e assorbe quasi la metà di tutti i materiali estratti sul pianeta — la più grande impronta materiale di qualsiasi settore dell’economia umana.
C’è poi un dato che sposta la responsabilità ancora più avanti nel tempo e la deposita, in larga parte, proprio sulle scrivanie di chi progetta oggi: circa la metà degli edifici che esisteranno nel 2050 deve ancora essere costruita o profondamente ristrutturata. Significa che le decisioni che prendiamo adesso — quanto e dove costruire, con quali materiali, secondo quali criteri energetici — non descrivono il presente, ma disegnano letteralmente le emissioni, i consumi e la qualità della vita dei prossimi decenni.
Tradotta nel mestiere, ogni decisione progettuale si rivela allora come una decisione ecologica e sociale travestita da scelta tecnica. Dove si costruisce — o se non convenga piuttosto recuperare l’esistente invece di edificare ex novo. Con quali materiali, e quindi con quanto carbonio incorporato. Con quanta energia l’edificio funzionerà per i decenni a venire. Come le persone vi si muoveranno attorno. E, non ultimo, per chi stiamo costruendo. Le tre dimensioni della sostenibilità riemergono qui non come teoria, ma come griglia operativa quotidiana: l’ambientale (energia, materiali, suolo, acqua), la sociale (chi abita, accessibilità, equità, qualità della vita) e l’economica (i costi lungo l’intero ciclo di vita, non solo quelli iniziali di costruzione).
Le parole chiave
- Sviluppo sostenibile
- Uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri (Rapporto Brundtland, 1987).
- Le tre dimensioni
- Ambiente, società ed economia: i tre aspetti che la sostenibilità deve tenere in equilibrio simultaneo.
- Sostenibilità debole / forte
- Due visioni del rapporto fra le dimensioni: pilastri intercambiabili (debole) o cerchi annidati con l’ambiente come contenitore (forte).
- Limiti planetari
- I nove confini dei sistemi terrestri entro cui l’umanità può operare in sicurezza; superarli espone a cambiamenti potenzialmente irreversibili.
- Economia della ciambella
- Il modello di Kate Raworth: prosperare entro l’anello tra il fondamento sociale e il tetto ecologico.
- SDGs · Agenda 2030
- I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU (2015); l’Obiettivo 11 riguarda città e comunità sostenibili.
- Greenwashing
- Presentare come «verde» o sostenibile ciò che non lo è, sfruttando l’attrattiva del termine.
Un quartiere che rende visibile la teoria
Quartiere Vauban · Friburgo, Germania
Per non lasciare i concetti sospesi nell’astrazione, conviene ancorarli a un luogo reale e abitato. Vauban, alla periferia di Friburgo, è un quartiere sorto a partire dalla fine degli anni Novanta sull’area di un’ex caserma militare francese. Ospita all’incirca 5.500 abitanti ed è stato pianificato con un grado insolito di partecipazione dei futuri residenti. La ragione per cui è diventato un riferimento internazionale è precisamente quella che ci interessa: tenta di tenere insieme, in modo simultaneo e in un contesto reale, tutte e tre le dimensioni della sostenibilità — non in un rendering, ma nella vita quotidiana di una comunità.
- Dimensione ambientale: edifici a standard «casa passiva» e perfino a energia positiva (la Solarsiedlung produce più energia di quanta ne consumi); gestione naturale delle acque piovane e abbondanza di verde.
- Dimensione della mobilità: quartiere a traffico ridotto, molte famiglie senza automobile di proprietà, priorità a pedoni e biciclette, una linea tranviaria di collegamento al centro.
- Dimensione sociale: cohousing, spazi condivisi e un processo decisionale partecipato fin dalla progettazione, che ha generato coesione e senso di appartenenza.
- Dimensione economica: un modello che dimostra come qualità della vita elevata e bassi consumi possano coesistere, pur con i costi e le condizioni che andremo a interrogare.
- Vauban funziona grazie alla tecnologia, alle regole o alle persone? E quanto del suo successo è davvero replicabile altrove, in un altro clima, un’altra cultura e un altro quadro di politiche pubbliche? È la domanda che porteremo con noi lungo tutto il ciclo.
In chiusura
Riprendiamo il filo. «Sostenibilità» non è un’etichetta da apporre a un progetto già concluso, né un repertorio di accorgimenti tecnici: è un modo di guardare alle scelte prima ancora di compierle, tenendo insieme ambiente, persone e risorse lungo l’asse del tempo. È, in senso proprio, una lente. Con questa lente — e con il vocabolario che abbiamo costruito oggi — attraverseremo, da qui in avanti, tutte le scale del costruito: il clima e la forma dell’edificio, i materiali, l’efficienza energetica, la città, l’ecologia urbana, le persone, il rischio climatico, gli strumenti di misura e infine le politiche.
Riferimenti
- LetturaCommissione Brundtland, Il futuro di tutti noi (Our Common Future), 1987 — il capitolo che introduce la definizione di sviluppo sostenibile.
- SaggioKate Raworth, L’economia della ciambella (2017) — la prosperità entro i limiti sociali ed ecologici.
- ScienzaJ. Rockström et al., Planetary Boundaries (2009); l’infografica aggiornata dello Stockholm Resilience Centre.
- RisorsaAgenda 2030 e i 17 SDGs (sito ONU), con particolare attenzione all’Obiettivo 11.
- DatiUNEP, Global Status Report for Buildings and Construction — i numeri sul peso del settore edilizio.
- SguardoDocumentari e studi sul quartiere Vauban di Friburgo come modello di sostenibilità urbana integrata.